La culla di Andrea

Quando nasce l’idea?

Era un pomeriggio come tanti. Ogni giorno scorreva allo stesso modo. Era un febbraio freddo e grigio. L’umidità e la coltre di nuvole erano lì da giorni. Pioggia, freddo, silenzio e monotonia.
In altri tempi, sarebbe stato un pomeriggio da passare sotto una coperta, sul divano, a guardare Netflix. Tisana calda, qualche dolcetto mangiato per gola e non per fame, e infine un bel sonnellino. Molto appagante.
Invece no, ero sul divano, l’unico elemento che corrispondeva alla mia fantasia, con la maglietta sollevata, la pancia leggermente scoperta e il mio bambino tra le braccia intento a poppare.
Ed è lì che mi è venuta l’idea di scrivere questo blog: avevo così tanti pensieri che giravano nella mia testa che ho iniziato a pensare che la scrittura potesse essere uno strumento potente per dare forma alle mie esperienze. Sono convinta che ciò che vivi e ciò che pensi ti definiscano, e che il modo in cui usi le tue esperienze e le tue emozioni possa renderti molto forte. Condividere tutto in un diario aperto a tutti non solo mi è di grande conforto, ma mi piace pensare che possa aiutare tante persone a sentirsi comprese e un po’ meno sole.

In questo pezzo voglio iniziare a raccontarvi di come un percorso di psicoterapia, iniziato subito dopo il parto, mi abbia aiutato a prendere consapevolezza delle mie emozioni. Mi ha anche aiutato a dare un nome a ciò che provavo nel passaggio dall’essere una ragazza, una donna, me stessa, all’essere mamma di Andrea, e al tempo stesso compagna e sempre me stessa.

Comincio con una frase che mi ha colpito molto:

“Essere madre è la gioia più grande del mondo, ma porta anche problemi, sfinimento, dolore. Niente al mondo ti potrà mai rendere più felice o più triste, più orgogliosa o più stanca. Perché nulla è complicato quanto aiutare una persona a sviluppare la propria individualità, mentre stai ancora lottando per conservare la tua.” Marguerite Kelly

La maternità non è quindi quella magnifica avventura di una madre che vive in totale devozione per i propri figli? Ebbene, no. Forse lo si poteva credere negli anni Cinquanta. Forse ancora negli anni Ottanta. Oggi, invece, sappiamo che diventare mamma implica un grandissimo numero di processi e reazioni che nemmeno lontanamente avremmo potuto immaginare. La psicologa mi ha descritto la questione con un’immagine meravigliosamente cruda: una donna con un grosso pentolone dal fondo incrostato e una paglietta di ferro in mano, intenta a grattare via tutto ciò che riesce. Grattando, vengono fuori cose che nemmeno lei avrebbe potuto immaginare. Ammetto che, immaginando questa situazione, provai un grande fastidio. Associai questa immagine all’odore fastidioso di pentola bruciata, all’odore acre misto a quello del sapone e del ferro della spugna.
Eppure, c’è una verità in questo esempio: per quanto ho appreso nel percorso di terapia, la nascita di un bambino per una donna è un evento estremamente impattante che, in qualche modo, deve necessariamente far emergere una serie di emozioni, consce o meno, e un vissuto fatto di cose belle e brutte sepolte dentro di noi. Ci si può ritrovare in un dialogo con se stesse che è possibile solo grazie a questa esperienza, tanto dannatamente bella quanto incredibilmente difficile, che è la nascita di un figlio.

Così è stato per me. È stato come togliere il coperchio a un vaso di Pandora: è uscito tutto come un fiume in piena. Questo ha certamente cambiato il mio modo di vedere il mondo e di percepire me stessa.

Concludo dicendo che rifarei questa scelta mille miliardi di volte e la consiglio a chiunque. Credo che sia il più grande regalo che io abbia fatto a me stessa nella mia vita.

Qual è stata la vostra esperienza con la maternità? Vi siete scoperte con dei lati nuovi? Oppure avete scoperto di avere pensieri e desideri che non avreste mai pensato di avere?

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